sabato 25 maggio 2013

Recital Anna Caterina Antonacci - Donald Sulzen

Sono felice di scrivere qui le mie impressioni su un concerto favoloso che si è tenuto il 22 Maggio al Teatro Goldoni di Firenze.
Protagonisti erano Anna Caterina Antonacci e Donald Sulzen.




 
Ecco il programma della serata:

Claude Debussy
Mandoline, C'est l'extase, Il pleure dans mon coeur, Green (Verlaine)

Henri Duparc
Invitation au voyage (Baudelaire)

Ernest Chausson
Le temps des lilas (Bouchor)

Claude Debussy
Le promenoir des deux amants (l'Hermite)

Gabriel Fauré
Tristesse (Gautier), Au bord de l'eau (Sully-Prudhomme), Après un rêve (Bussine)

Francesco Paolo Tosti
Quattro canzoni d'Amaranta (D'Annunzio)

Hector Berlioz
La mort d'Ophélie (Legouvé da Shakespeare)

Claude Debussy
Chansons de Bilitis (Louÿs)

Richard Wagner
Wesendonck-Lieder (Mathilde Wesendonck)

Anna Caterina Antonacci ha incantato il pubblico dalla prima all'ultima nota con una voce pulitissima, capace di rendere con grande precisione qualsiasi effetto voluto dall'interprete, e con una pronuncia chiarissima che catturava l'ascoltatore ponendolo di fronte a tutta la bellezza dei testi delle melodie cantate.
Per quanto mi riguarda penso che il culmine della serata siano state le Quattro canzoni d'Amaranta di Francesco Paolo Tosti: un flusso continuo di emozioni generate dalla bellissima musica, dagli stupendi testi di D'Annunzio, da una grande interpretazione e da un gran bel canto sempre pronunciato; mi sono sentito davanti ad una manifestazione del Bello così forte da dare i brividi e da bloccarmi nel suo incanto; scendevano spontanee le lacrime in una simile emozione, che non avevo mai provato prima così forte in un teatro.

Tutta questa bellezza pura era splendidamente accompagnata da Donald Sulzen, che era in perfetta sintonia con la cantante, entrando in simbiosi con la sua interpretazione e facendo suo e del suo strumento ogni respiro di lei; di più: ha fatto cantare e respirare il pianoforte anche nei momenti in cui non accompagnava la voce, garantendo così una continuità di atmosfera per tutto il concerto.

Entrambi sono stati giustamente omaggiati da un pubblico più che festante, numerose sono state le chiamate e i complimenti lanciati ai due artisti, con tanto di mazzi di fiori portati alla Antonacci, la quale, generosa, ha concesso ben quattro bis agli ascoltatori che proprio non volevano lasciarla andar via.
Sono stati:

Anonimo Napoletano
Lu cardillo

Gerónimo Giménez
La Tarántula é un bicho mú malo

Francesco Paolo Tosti
Marechiare

Henry Mancini
Moon River

(quest'ultimo particolarmente mozzafiato)

Questo concerto si è svolto all'interno del Festival del Maggio Musicale Fiorentino, a cui va tutta la mia solidarietà in questo momento molto difficile; una realtà che riesce a proporre concerti di questo livello e che sanno dare al pubblico queste emozioni NON PUÒ e NON DEVE sparire. In un Paese come il nostro, dove per le spese inutili i soldi si trovano sempre non è assolutamente la Cultura (e che Cultura!) a dover essere tagliata o penalizzata.

Ringrazio tutti: Anna Caterina Antonacci, Donald Sulzen e tutti i lavoratori del Maggio Musicale Fiorentino che mi hanno donato una delle più belle serate della mia vita, una serata che ricorderò sempre, perché la Cultura è anche questo: emozione e cibo per l'anima. GRAZIE!

Alcuni ascolti:

Tosti, Quattro canzoni d'Amaranta
I. Lasciami! Lascia ch'io respiri










sabato 6 aprile 2013

Francesco Paolo Tosti - La magia dimenticata delle melodie da camera italiane

Della vastissima produzione di melodie di Francesco Paolo Tosti (1846-1916) sono rimasti nel repertorio più frequentato non moltissimi titoli, se paragonati alla quantità di lavori di questo sensibile compositore: oltre 500 melodie per canto e pianoforte!
Molte di queste melodie hanno inoltre il pregio di essere state composte su testi stupendi (basta pensare a quelli di Gabriele D'Annunzio).


Al giorno d'oggi può capitare di sentire qualcuno di questi lavori nei recital dei cantanti, i più frequentati sono i famosissimi L'ultima canzone, Non t'amo più, L'alba separa dalla luce l'ombra, Marechiare e 'A vucchella, ma ci sono tanti altri tesori da scoprire e riscoprire; in questo post voglio dare un'occhiata alle melodie che mi hanno più colpito, accompagnate dai loro testi.
Un'ultima considerazione prima di iniziare: Tosti non era solo compositore, ma anche cantante, insegnante di canto e accompagnatore al pianoforte di grandi cantanti (per citarne tre Caruso, la Melba e McCormack), conosceva quindi benissimo il canto e si sente nelle sue composizioni, piacevoli tanto da ascoltare quanto da cantare.

Iniziamo con la dolcezza di Rosa Ponselle in Goodbye, un addio all'estate, alla speranza e al proprio amore (testo di George John Whyte-Melville):



Falling leaf and fading tree,
Lines of white in a sullen sea,
Shadows rising on you and me;
Shadows rising on you and me;
The swallows are making them ready to fly,
Wheeling out on a windy sky.
Goodbye Summer! Goodbye! Goodbye!

Hush! a voice from the far away!
"Listen and learn," it seems to say,
"All the tomorrows shall be as today."
"All the tomorrows shall be as today."
The cord is frayed, the cruse is dry,
The link must break, and the lamp must die --
Goodbye to Hope! Goodbye! Goodbye!

What are we waiting for? Oh, my heart!
Kiss me straight on the brows! and part again!
Again! my heart! my heart! 
What are we waiting for, you and I?
A pleading look, a stifled cry.
Goodbye, forever! Goodbye, forever!
Goodbye! Goodbye! Goodbye!
 
Passiamo ora alle Quattro canzoni d'Amaranta, su stupendi testi di D'Annunzio pieni di magia avvolgente... in queste canzoni si sente quali capolavori possono nascere dall'incontro di un genio della musica e di un genio della poesia. L'interprete è l'intelligente quanto brava Anna Caterina Antonacci, che ridà piena dignità anche ad una pagina come L'alba separa dalla luce l'ombra, a lungo abusata da alcuni tenori con interpretazioni "da stadio" che non rendono la profondità del pezzo.


I.

Lasciami! Lascia ch'io respiri, lascia
ch'io mi sollevi! Ho il gelo nelle vene.
Ho tremato. Ho nel cor non so che ambascia...
Ahimè, Signore, è il giorno! Il giorno viene!

Ch'io non lo veda! Premi la tua bocca
su' miei cigli, il tuo cuore sul mio cuore!
Tutta l'erba s'insànguina d'amore.
La vita se ne va, quando trabocca.

Trafitta muoio, e non dalla tua spada.
Mi si vuota il mio petto, e senza schianto.
Non è sangue? Ahi, Signore, è la rugiada!
L'alba piange su me tutto il suo pianto.
 
 
II.
 
L'alba sepàra dalla luce l'ombra,
E la mia voluttà dal mio desire.
O dolce stelle, è l'ora di morire.
Un più divino amor dal ciel vi sgombra.

Pupille ardenti, O voi senza ritorno
Stelle tristi, spegnetevi incorrotte!
Morir debbo. Veder non voglio il giorno,
Per amor del mio sogno e della notte.

Chiudimi, O Notte, nel tuo sen materno,
Mentre la terra pallida s'irrora.
Ma che dal sangue mio nasca l'aurora
E dal sogno mio breve il sole eterno!
 
http://www.youtube.com/watch?v=tnl1hE4ynv0 

III. 
 
In van preghi, in vano aneli,
in van mostri il cuore infranto.
Sono forse umidi i cieli
perché noi abbiamo pianto?

Il dolor nostro è senz'ala.
Non ha volo il grido imbelle.
Piangi e prega! Qual dio cala
pel cammino delle stelle?

Abbandónati alla polve
e su lei prono ti giaci.
La supina madre assolve
d'ogni colpa chi la baci.
In un Ade senza dio
dormi quanto puoi profondo.
Tutto è sogno, tutto è oblìo:
l'asfodèlo è il fior del Mondo.
 
http://www.youtube.com/watch?v=INnx6hQJ9Ss 

IV.

Che dici, o parola del Saggio?
"Conviene che l'anima lieve,
sorella del vento selvaggio,
trascorra le fonti ove beve."

Io so che il van pianto mi guasta
le ciglia dall'ombra sì lunga...
O Vita, e una lacrima basta
a spegner la face consunta!

Ben so che nell'ansia mortale
si sfa la mia bocca riarsa...
E un alito, o Vita, mi vale
a sperder la cenere scarsa!

Tu dici: "Alza il capo; raccogli
con grazia i capelli in un nodo;
e sopra le rose che sfogli
ridendo va incontro all'Ignoto.

L'amante dagli occhi di sfinge
mutevole, a cui sei promessa,
ha nome Domani; e ti cinge
con una ghirlanda più fresca."

M'attende: lo so. Ma il datore
di gioia non ha più ghirlande:
ha dato il cipresso all'Amore
e il mirto a Colei ch'è più grande,

il mirto alla Morte che odo
rombar sul mio capo sconvolto.
Non tremo. I capelli in un nodo
segreto per sempre ho raccolto.

Ho terso con ambe le mani
l'estreme tue lacrime, o Vita.
L'amante che ha nome Domani
m'attende nell'ombra infinita.
 
 Ora voglio proporvi le tre melodie di Tosti che amo di più:

Sogno, su testo di Olindo Guerrini, è coinvolgente nel descrivere il desiderio immenso che la protagonista cerca invano di reprimere; crea un'atmosfera che fa dimenticare che l'azione si svolge in un sogno, ci rende partecipi dei sentimenti della protagonista, della sensualità di quelle labbra che le sfiorano la faccia, lasciandoci alla fine delusi quasi quanto lei che si tratti solamente di immaginazione.
L'interprete che ho scelto è Renata Tebaldi, con la sua voce pura ed unica nell'uso delle dinamiche.


Ho sognato che stavi a' ginocchi,
Come un santo che prega il Signor ...
Mi guardavi nel fondo degli occhi,
Sfavillava il tuo sguardo d'amor.

Tu parlavi e la voce   sommessa...
Mi chiedea dolcemente mercè...
Solo un guardo che fosse promessa,
Imploravi, curvato al mio piè.

Io taceva e coll'anima forte
Il desio tentatore lottò.
Ho provato il martirio e la morte
pur mi vinsi e ti dissi di no.

Ma il tuo labbro sfiorò la mia faccia...
E la forza del cor mi tradì.
Chiusi gli occhi,ti stesi le braccia...
Ma, sognavo...E il bel  sogno svanì.
 
Vorrei, su testo di Gabriele D'Annunzio, è una melodia seducente e carica di sensualità, con delle figure uniche, come le chiome sciolte con le quali la voce narrante vorrebbe cingere l'amato in lentissima carezza, oppure il desiderio di vedere l'amato folle della sua bellezza.

Ho scelto l'interpretazione del grandissimo Carlo Bergonzi, molto notevole nonostante la decisione di ascendere invece che discendere come è scritto sullo spartito nel finale, che toglie un po' all'atmosfera di quel "Io t'amo!", e nonostante io la preferisca cantata da un soprano (ma quest'ultima cosa è solo questione di gusti). Rimane comunque una stupenda registrazione e la migliore che abbia trovato su youtube (c'è uno stupendo cd che raccoglie le interpretazioni delle melodie di Tosti di questo grandissimo cantante).



Vorrei, allor che tu pallido e muto
pieghi la fronte tra le mani e pensi,
e ti splendon su l'animo abbattuto
i vani sogni e i desiderî immensi:

Vorrei per incantesimi d'amore
pianamente venire a 'l tuo richiamo,
e, su di te piegando come un fiore,
con dolce voce susurrarti: Io t'amo!

Vorrei di tutte le mie sciolte chiome
cingerti con lentissima carezza,
e sentirmi da te chiamare a nome,
vederti folle de la mia bellezza.

Vorrei per incantesimi d'amore
pianamente venire a 'l tuo richiamo,
e, su di te piegando come un fiore,
con dolce voce susurrarti: Io t'amo!

Tristezza, su testo di Riccardo Mazzola, descrive una malinconia che fa presagire la fine di un amore e che si unisce alla spiritualità della preghiera.

Ho scelto l'interpretazione di Renato Bruson, baritono che ha dedicato particolare attenzione a Tosti in concerti e registrazioni stupende.



Guarda; lontan lontano
muore ne l'onde il sol;
stormi d'uccelli
a vol tornano al piano.

Una malinconia io sento in cuore
e pur non so perchè;
guardandoti negli occhi,
o bella mia, muto mi stringo a te.

Copre l'ombrìa d'un manto
le cose, il cielo, il mar;
io sento tremolar
ne gli occhi il pianto.

Suona l'avemaria ed é sí triste
e pur non so perchè:
devotamente preghi, o bella mia,
io prego insieme con te.

Tenera ne la sera
che s'empie di fulgor,
dai nostri amanti cuor
va la preghiera.

E la malinconia
mi fa pensare
e pur non so perchè,
che un giorno, ahimè,
dovrà la vita mia
perdere il sogno e te!

Concludo questo post con la Chanson de l'Adieu, su testo di Edmond Haraucourt e cantata da William Matteuzzi, che ci dice che, fino all'Addio estremo, partire è morire un po', ma è anche lasciare un po' della nostra anima a ciò che si ama.



Partir, c'est mourir un peu,
C'est mourir à ce qu'on aime:
On laisse un peu de soi-même
En toute heure et dans tout lieu.

C'est toujours le deuil d'un vœu,
Le dernier vers d'un poème;
Partir, c'est mourir un peu,
C'est mourir à ce qu'on aime.

Et l'on part, et c'est un jeu,
Et jusqu'à l'adieu suprême
C'est son âme que l'on sème,
Que l'on sème en chaque adieu:
Partir, c'est mourir un peu.
 
 
 

lunedì 11 febbraio 2013

Un Barbiere fantastico a Ferrara

Dopo un lungo silenzio sono davvero felice di tornare a scrivere in occasione di una stupenda recita de Il barbiere di Siviglia che si è tenuta il 10 febbraio 2013 al Teatro Comunale di Ferrara.

Diciamo che la locandina già prometteva bene:

Il barbiere di Siviglia

opera buffa in due atti

libretto di Cesare Sterbini
 
musica di Gioachino Rossini
interpreti e ruoli
Filippo Adami Il conte di Almaviva
Alfonso Antoniozzi Bartolo, dottore in medicina
Josè Maria Lo Monaco Rosina, pupilla di Bartolo
Gezim Myshketa Figaro, barbiere
Lorenzo Regazzo Basilio, maestro di musica
Alex Martini Fiorello
Novella Bassano Berta
Yannis Vassilaki Ufficiale

direttore Sergio Alapont
Orchestra Città di Ferrara
Voxonus Choir
maestro del coro Alessandro Toffolo
regia Italo Nunziata
scene e costumi Pasquale Grossi
disegno luci Patrick Latronica
Coproduzione Teatri e Umanesimo Latino S.p.A. - Treviso, Fondazione Teatro Comunale di Ferrara.
Allestimento Teatri e Umanesimo Latino S.p.A.

Dopo la sinfonia il sipario si è aperto su una scena stilizzata in cui dominava il blu (giustamente, dato che il momento è sul terminar della notte) e mi sono subito accorto che le promesse della locandina sarebbero state mantenute: molto bene il coro, che ha mantenuto il livello per tutta l'opera, e bravissimo il Fiorello di Alex Martini: una voce bella, pulita, ben impostata e timbrata.

È stato poi il momento dell'entrata dell'Almaviva di Filippo Adami, che se l'è cavata bene nella prima aria e la cui performance è andata migliorando man mano che procedeva l'opera, dando vita a scene molto ben cantate e interpretate con grande simpatia, come ad esempio i due travestimenti. Il suo Almaviva non è stato l'innamorato smorto e un po' scemotto che, purtroppo, a volte ci tocca vedere: ha dimostrato di essere veramente un conte, usando il giusto atteggiamento che non temeva di far trasparire anche una certa alterigia, giustificatissima (anzi, direi quasi necessaria) in un personaggio che con l'avanzare dell'età si troverà a cantare Vedrò mentr'io sospiro e a dimenticarsi della Rosina conquistata.
Oltre ad aver cantato e interpretato molto bene non si è risparmiato nei movimenti (tanto che ad un certo punto il tacco di una sua scarpa non è riuscito a reggere).

Il Figaro di Gezim Myshketa non ha solamente cantato molto bene la famosa cavatina, ma ha dimostrato anche grande personalità nei recitativi e nella recitazione. Il suo Canto è stato bello, spontaneo e vivo dall'inizio alla fine dell'opera, senza nessun momento di calo di intensità o espressività. L'interpretazione è stata intelligente e mai lasciata al caso, ha saputo mostrare Figaro in tutta il suo ingegno, senza però dimenticare che ciò che muove le sue azioni non è la simpatia per il Conte, ma quel metallo portentoso, onnipossente.

Josè Maria Lo Monaco ha, secondo me, una voce che con il personaggio di Rosina calza a pennello: dolce, morbida e sensuale, ma che all'occorrenza può assumere accenti decisi senza sporcarsi; questo naturalmente non è solo merito della voce, ma soprattutto della grande tecnica di questa cantante. È riuscita a rendere molto bene Una voce poco fa, sia vocalmente con bellissime agilità e nessun disagio nell'arco di tutta l'estensione, sia per quanto riguarda l'interpretazione intelligente: non è facile catturare il pubblico con un'aria che, anche se è un capolavoro, è stata ascoltata tante volte in ogni genere di esecuzione; lei ci è riuscita. Le stesse osservazioni valgono per il bellissimo duetto con Figaro.

Dal primo momento in cui è entrato in scena Alfonso Antoniozzi mi ha stupito per la sua voce: l'avevo ascoltata molte volte registrata ma non si può capire quale sia la sua portata se non dal vivo. Oltre ad un canto di altissimo livello ha dimostrato di essere entrato del tutto nel personaggio di Bartolo; non dico che sia Il Bartolo, perché i personaggi non dovrebbero mai essere visti in un unico modo che va bene per tutti gli interpreti: i don Bartolo che si sono affidati a questa visione hanno dato interpretazioni che potevano essere al massimo ben cantate, ma che non trasmettevano nulla se non noiose mosse stereotipate. E noioso è un aggettivo che non può andare d'accordo con Rossini. Antoniozzi ha studiato il personaggio, lo ha fatto suo; il suo Bartolo, che è coerente con il libretto e con la musica (e soprattutto è sempre coerente con se stesso), è divertentissimo, sa sfruttare anche i piccoli incidenti di scena e li rende parte dell'opera.

Benissimo anche il Don Basilio di Lorenzo Regazzo, con una divertente quanto ben cantata Calunnia e con un personaggio ben delineato che non è mai venuto meno a se stesso; lo stesso si può dire della Berta di Novella Bassano, sempre cantata (e non rantolata come purtroppo a volte capita) e convincente: priva di mossette false e da catalogo che si appagano di un effetto comico superficiale, ha dato il giusto spessore a questo personaggio spesso sottovalutato ma che a me piace davvero molto (Il vecchiotto cerca moglie è una delle arie che più mi piacciono e divertono).

Il trio Nunziata - Grossi - Latronica aveva già fatto un bel lavoro con il Don Pasquale visto l'anno scorso a Ferrara (e che ha aperto questo blog); per questo Barbiere ci propone un lavoro diverso ma altrettanto valido.
Questo allestimento ci dimostra che con la musica di Rossini e un cast di grandi cantanti - attori non c'è bisogno di farcire il palcoscenico di oggetti inutili: sul palco c'era l'essenziale, ma un essenziale molto ben gestito; allora per la casa di Don Bartolo non sono state necessarie tutte le pareti, perché il movimento dei personaggi era comunque guidato da itinerari precisi che facevano immaginare le parti della casa non esplicitate, e in questo modo l'allestimento trascinava lo spettatore all'interno del gioco scenico e lo rendeva partecipe; nello stesso momento in cui il gioco e la finzione venivano rivelati, anche grazie a personaggi in maschera che spostavano oggetti e interagivano coi personaggi, lo spettacolo riusciva ad attrarre ancora di più lo spettatore. Mi sono piaciute molto anche le luci vive che uscivano da porte e finestre immerse nel blu all'inizio dell'opera.

Aggiungendo a tali cantanti e a tale allestimento la direzione viva e partecipe di Sergio Alapont, che ha saputo accompagnare ma anche rendere vario il discorso musicale con freschezza e partecipazione, non poteva che risultare uno spettacolo davvero coinvolgente, di quelli a cui continui a pensare per giorni (personalmente ho continuato per una settimana a canticchiare il Barbiere di Siviglia mentre camminavo per strada).

Alla fine volevo anche esprimere un FINALMENTE! per aver potuto ascoltare l'Orchestra Città di Ferrara in una produzione importante, in un teatro che purtroppo tende a relegare le risorse cittadine ai "concerti del ridotto", quando invece possono fare molto di più.



venerdì 24 agosto 2012

La Traviata: analisi della prima parte del Secondo Atto

Il II atto si apre sulla casa dove Violetta e Alfredo hanno deciso di ritirarsi a vivere il loro Amore. Mentre Alfredo pensa ai benefici effetti del sentimento che li unisce entra affannata Annina; Alfredo riesce a farsi dire dalla cameriera che la sua padrona sta cercando di vendere i propri ultimi beni rimasti a Parigi per poter sostenere le spese che la nuova sistemazione comporta.
Alfredo non può sopportare l'idea che Violetta si sacrifichi per mantenerlo, e si lancia in una vibrante cabaletta:


 ALFREDO
Lunge da lei per me non v'ha diletto!
Volaron già tre lune
Dacché la mia Violetta
Agi per me lasciò, dovizie, onori,
E le pompose feste
Ove, agli omaggi avvezza,
Vedea schiavo ciascun di sua bellezza
Ed or contenta in questi ameni luoghi
Tutto scorda per me. Qui presso a lei
Io rinascer mi sento,
E dal soffio d'amor rigenerato
Scordo ne' gaudii suoi tutto il passato.
De' miei bollenti spiriti
Il giovanile ardore
Ella temprò col placido
Sorriso dell'amore!
Dal dì che disse: vivere
Io voglio a te fedel,
Dell'universo immemore
Io vivo quasi in ciel.
Annina, donde vieni?
ANNINA
Da Parigi.
ALFREDO
Chi tel commise?
ANNINA
Fu la mia signora.
ALFREDO
Perché?
ANNINA
Per alienar cavalli, cocchi,
E quanto ancor possiede.
ALFREDO
Che mai sento!
ANNINA
Lo spendio è grande a viver qui solinghi
ALFREDO
E tacevi?
ANNINA
Mi fu il silenzio imposto.
ALFREDO
Imposto! or v'abbisogna?
ANNINA
Mille luigi.
ALFREDO
Or vanne andrò a Parigi.
Questo colloquio non sappia la signora.
Il tutto valgo a riparare ancora.
O mio rimorso! O infamia
e vissi in tale errore?
Ma il turpe sogno a frangere
il ver mi balenò.
Per poco in seno acquétati,
o grido dell'onore;
M'avrai securo vindice;
quest'onta laverò.

Alfredo parte per mettere a posto la situazione risvegliato dal grido dell'onore; forse avrebbe fatto meglio a porgere l'orecchio ed ascoltare il cuore di Violetta.
Mentre Violetta sta aspettando un uomo d'affari si fa avanti un nuovo personaggio: Giorgio Germont, padre di Alfredo; entra prepotentemente, accusando subito Violetta, e quando lei gli mostra il sacrificio economico che sta compiendo rimane sorpreso. Venute meno tutte le motivazioni che avrebbe voluto addurre per far separare i due giovani, egli fa presente a Violetta che la sorella di Alfredo dovrà rinunciare al matrimonio in caso non finisse la loro relazione sconveniente per il passato di lei (che Giorgio non può dimenticare nemmeno in virtù dei suoi sacrifici). Violetta pensa ad una separazione momentanea, ma lui le sta chiedendo molto di più e alla fine riesce a convincerla, contrapponendo in maniera assurda la relazione sacra ed eterna della figlia con la relazione secondo lui traviata, e per questo temporanea, tra lei ed Alfredo. Violetta accetta di sacrificare l'unica cosa che ha al mondo, a patto però che nel momento in cui lei morirà Alfredo venga a conoscenza del suo sacrificio:


 VIOLETTA
a Germont, piangendo
Dite alla giovine - sì bella e pura

Ch'avvi una vittima - della sventura,
Cui resta un unico - raggio di bene
Che a lei il sacrifica - e che morrà!
GERMONT
Sì, piangi, o misera - supremo, il veggo,
È il sacrificio - ch'ora io ti chieggo.
Sento nell'anima - già le tue pene;
Coraggio e il nobile - cor vincerà.
Silenzio
VIOLETTA
Or imponete.
GERMONT
Non amarlo ditegli.
VIOLETTA
Nol crederà.
GERMONT
Partite.
VIOLETTA
Seguirammi.
GERMONT
Allor...
VIOLETTA
Qual figlia m'abbracciate forte
Così sarò.
S'abbracciano
Tra breve ei vi fia reso,

Ma afflitto oltre ogni dire. A suo conforto
Di colà volerete.
Indicandogli il giardino, va per scrivere
GERMONT
Che pensate?
VIOLETTA
Sapendol, v'opporreste al pensier mio.
GERMONT
Generosa! e per voi che far poss'io?
VIOLETTA
tornando a lui
Morrò! la mia memoria

Non fia ch'ei maledica,
Se le mie pene orribili
Vi sia chi almen gli dica.
GERMONT
No, generosa, vivere,
E lieta voi dovrete,
Merce' di queste lagrime
Dal cielo un giorno avrete.
VIOLETTA
Conosca il sacrifizio
Ch'io consumai d'amor
Che sarà suo fin l'ultimo
Sospiro del mio cor.
GERMONT
Premiato il sacrifizio
Sarà del vostro amor;
D'un opra così nobile
Sarete fiera allor.
VIOLETTA
Qui giunge alcun: partite!
GERMONT
Ah, grato v'è il cor mio!
VIOLETTA
Non ci vedrem più forse.
S'abbracciano
A DUE:
Siate felice Addio!


Un amico mi ha invitato a riflettere su questo duetto, che è il momento centrale dell'opera e troverà pieno sfogo nell'Amami Alfredo successivo, e mi ha proposto un interessante punto di vista: questo momento vede il confronto di due emarginati, una cortigiana ed un borghese di provincia; quest'ultimo è attaccato ai valori perbenisti della borghesia e ai suoi miti, mentre Violetta ha il desiderio di avvicinarsi ad una società per bene che le è preclusa a causa del proprio passato. Il momento stesso in cui lei si avvicina di più a questa società è il momento del massimo sacrificio, ad ulteriore conferma del fatto che non c'è un posto per lei felice nella borghesia per bene, ma un posto di sofferenza, Quasi che gli uomini le chiedano una dolorosa penitenza.

Partito Giorgio Violetta inizia a scrivere una lettera di addio ad Alfredo e si appresta a partire; Alfredo però la vede scrivere e si insospettisce, le racconta dell'arrivo di suo padre in città, le dice che sarà felice di conoscerla. Violetta è presa dal panico, sa che deve andarsene ma nello stesso tempo ha anche un piccolo moto di rivolta, pensa di poter pregar Giorgio affinché li lasci vivere insieme... la sua fine però è già decisa: saluta Alfredo con un addio tristissimo che lui non sa e non può capire ed esce di scena.


VIOLETTA
Dammi tu forza, o cielo!
Siede, scrive, poi suona il campanello
ANNINA
Mi richiedeste?
VIOLETTA
Sì, reca tu stessa
Questo foglio
ANNINA
ne guarda la direzione e se ne mostra sorpresa
VIOLETTA
Silenzio và all'istante
Annina parte
Ed ora si scriva a lui
Che gli dirò? Chi men darà il coraggio?
Scrive e poi suggella
ALFREDO
entrando
Che fai?
VIOLETTA
nascondendo la lettera
Nulla.
ALFREDO
Scrivevi?
VIOLETTA
confusa
Sì... no.
ALFREDO
Qual turbamento! a chi scrivevi?
VIOLETTA
A te.
ALFREDO
Dammi quel foglio.
VIOLETTA
No, per ora
ALFREDO
Mi perdona son io preoccupato.
VIOLETTA
alzandosi
Che fu?
ALFREDO
Giunse mio padre
VIOLETTA
Lo vedesti?
ALFREDO
Ah no: severo scritto mi lasciava
Però l'attendo, t'amerà in vederti.
VIOLETTA
molto agitata
Ch'ei qui non mi sorprenda
Lascia che m'allontani... tu lo calma
mal frenato il pianto
Ai piedi suoi mi getterò divisi
Ei più non ne vorrà sarem felici
Perché tu m'ami, Alfredo, non è vero?
ALFREDO
O, quanto...
Perché piangi?
VIOLETTA
Di lagrime avea d'uopo or son tranquilla
sforzandosi
Lo vedi? ti sorrido
Sarò là, tra quei fior presso a te sempre.
Amami, Alfredo, quant'io t'amo Addio.
Corre in giardino

Alfredo non capisce cosa Violetta gli sta dicendo col suo saluto, ma ben presto gli viene recapitata la lettera, consegnata da Violetta ad un commissionario mentre si reca a Parigi; appena la legge scoppia in un grido di dolore e compare subito Giorgio a sorreggerlo e ad implorarlo di asciugarsi il pianto (con una frase, "ritorna di tuo padre orgoglio e vanto", che è tanto priva di tatto quanto sgradevole, un rimprovero spacciato per consolazione).


  GERMONT
Di Provenza il mar, il suol - chi dal cor ti cancello?
Al natio fulgente sol - qual destino ti furò?
Oh, rammenta pur nel duol - ch'ivi gioia a te brillò;
E che pace colà sol - su te splendere ancor può.
Dio mi guidò!
Ah! il tuo vecchio genitor - tu non sai quanto soffrì
Te lontano, di squallor il suo tetto si coprì
Ma se alfin ti trovo ancor, - se in me speme non fallì,
Se la voce dell'onor - in te appien non ammutì,
Dio m'esaudì!
abbracciandolo

Alfredo però ha ben altro a cui pensare, si sente divorare il petto da serpi, il suo orgoglio è ferito e pensa già alla vendetta. Giorgio lo vuole distogliere da questo pensiero, e lo fa con una cabaletta purtroppo spesso tagliata, una supplica al figlio sempre però intrisa di un rimprovero di fondo, tanto per sottolineare che non ha mai agito per il vero bene del figlio e che ora non vuole lasciarsi sfuggire l'occasione di poter riportarlo a casa e così togliere lo sdegno dal proprio nome.
 

ALFREDO
Mille serpi divoranmi il petto
respingendo il padre
Mi lasciate.
GERMONT
Lasciarti!
ALFREDO
risoluto
(Oh vendetta!)
GERMONT
Non più indugi; partiamo t'affretta
ALFREDO
(Ah, fu Douphol!)
GERMONT
M'ascolti tu?
ALFREDO
No.
GERMONT
Dunque invano trovato t'avrò!
No, non udrai rimproveri;
Copriam d'oblio il passato;
L'amor che m'ha guidato,
Sa tutto perdonar.
Vieni, i tuoi cari in giubilo
Con me rivedi ancora:
A chi penò finora
Tal gioia non negar.
Un padre ed una suora
T'affretta a consolar.
ALFREDO
Scuotendosi, getta a caso gli occhi sulla tavola, vede la lettera di Flora, esclama:
Ah! ell'è alla festa! volisi
L'offesa a vendicar.
Fugge precipitoso
GERMONT
Che dici? Ah, ferma!
Lo insegue

L'invito alla festa di Flora trovato sul tavolo è la pista su cui Alfredo si lancia ad inseguire Violetta. Il suo amore eterno è svanito molto in fretta e sorprende un po' che si metta subito a pensare alla vendetta, che sospetti subito una relazione col barone Douphol; forse non si è mai allontanato dalla visione di Violetta come di una cortigiana, non è mai riuscito a reputarla veramente una "persona normale", degna della massima fiducia.

-Separarci Margherita? Ma chi potrà separarci?- gridai.
-Tu, tu che non vuoi ch'io mi renda conto della tua posizione, e hai la vanità di mantenere a me la mia: tu che, conservandomi il lusso nel quale vivevo, conservi la distanza morale che ci separa: tu, infine, che non giudichi il mio affetto abbastanza disinteressato per dividere con me quello che possiedi, e basterebbe a vivere insieme felici, mentre preferisci rovinarti, schiavo di un pregiudizio ridicolo. [...]
Tu sei indipendente, io libera, e siamo giovani: in nome di Dio, Armando, non ricacciarmi nella vita che fui costretta a condurre un giorno.
(Alexandre Dumas figlio, La signora delle camelie, cap. XIX)








sabato 30 giugno 2012

La traviata - Analisi del Primo Atto


Cominciamo ad analizzare l'opera.


Il preludio inizia con un tema che verrà ripreso nel III atto, per arrivare poi al celebre tema dell'Amami Alfredo del II atto: sembra quasi che introduca il I e il II atto come se fossero i ricordi che Violetta ripercorre nell'oscurità della sua stanza nel III atto, appena prima di chiedere un po' d'acqua ad Annina.

Il sipario si apre poi sulla festa in casa di Violetta, con una musica brillante e allegra; le viene presentato Alfredo e apprende che egli si era recato ad informarsi del suo stato di salute ogni giorno in un periodo in cui era ammalata.
Si inizia anche a capire il tipo di relazioni che caratterizzano questo ambiente (T'ho detto: L'amistà qui s'intreccia al diletto).
Arriva il momento del Brindisi, che purtroppo potrà sembrare un momento banale, in quanto se ne è abusato in concerti, concertini e pubblicità televisive di ogni tipo; cerchiamo invece di ascoltare cosa ci dicono Violetta e Alfredo:



ALFREDO
Libiam ne' lieti calici
Che la bellezza infiora,
E la fuggevol ora
S'inebri a voluttà.
Libiam ne' dolci fremiti
Che suscita l'amore,
Poiché quell'occhio al core
indicando Violetta
Onnipotente va.
Libiamo, amor fra i calici
Più caldi baci avrà.
TUTTI
Libiamo, amor fra i calici
Più caldi baci avrà.
VIOLETTA
S'alza
Tra voi saprò dividere
Il tempo mio giocondo;
Tutto è follia nel mondo
Ciò che non è piacer.
Godiam, fugace e rapido
È il gaudio dell'amore;
È un fior che nasce e muore,
Né più si può goder.
Godiam c'invita un fervido
Accento lusinghier.
TUTTI
Godiam la tazza e il cantico
La notte abbella e il riso;
In questo paradiso
Ne scopra il nuovo dì.
VIOLETTA
ad Alfredo
La vita è nel tripudio.
ALFREDO
a Violetta
Quando non s'ami ancora.
VIOLETTA
ad Alfredo
Nol dite a chi l'ignora.
ALFREDO
a Violetta
È il mio destin così
TUTTI
Godiam la tazza e il cantico
La notte abbella e il riso;
In questo paradiso
Ne scopra il nuovo dì.

Mentre Alfredo comincia a parlare d'Amore, Violetta ancora non può accettare di essere davvero amata ed espone ciò in cui consiste la sua vita: un susseguirsi di passione e piacere, tanto veloce quanto vuoto. Infine dice di ignorare cosa voglia dire amare. Questo duetto con coro mostra l'amara consapevolezza che Violetta ha della propria condizione: è un oggetto che i suoi clienti si dividono, clienti che sono interessati a lei solo nel momento in cui può dar loro piacere.

Subito dopo iniziano a manifestarsi i segni della malattia di Violetta; i commensali non si preoccupano molto per i suoi malori e l'abbandonano in fretta per dedicarsi alle danze, mentre Alfredo rimane da solo con lei e può così dichiararle tutto il suo Amore:




ALFREDO
Un dì, felice, eterea,
Mi balenaste innante,
E da quel dì tremante
Vissi d'ignoto amor.
Di quell'amor ch'è palpito
Dell'universo intero,
Misterioso, altero,
Croce e delizia al cor.
VIOLETTA
Ah, se ciò è ver, fuggitemi
Solo amistade io v'offro:
Amar non so, né soffro
Un così eroico amor.
Io sono franca, ingenua;
Altra cercar dovete;
Non arduo troverete
Dimenticarmi allor.

Violetta inizialmente ride dell'Amore che proclama Alfredo, ma poi rimane turbata e ribadisce che non sa amare: questa volta però non fermamente come aveva fatto nel brindisi, ma quasi a scatti, esitante; Verdi sottolinea musicalmente che qualcosa dentro di lei è cambiato. Violetta lascia infatti ad Alfredo un fiore che dovrà riportare quando sarà appassito, ovvero l'indomani.
Alfredo parte felicissimo, incosciente (come del resto sarà per tutta l'opera) dei grandi cambiamenti che stanno avvenendo nell'animo di Violetta.
Appena tutti gli invitati hanno lasciato la casa Violetta rimane da sola e non può più evitare di guardarsi dentro e prendere atto di ciò che sta accadendo; l'incontro tra Violetta e la propria interiorità produce uno dei momenti migliori dell'opera:


VIOLETTA
È strano! è strano! in core
Scolpiti ho quegli accenti!
Sarìa per me sventura un serio amore?
Che risolvi, o turbata anima mia?
Null'uomo ancora t'accendeva O gioia
Ch'io non conobbi, essere amata amando!
E sdegnarla poss'io
Per l'aride follie del viver mio?
Ah, fors'è lui che l'anima
Solinga ne' tumulti
Godea sovente pingere
De' suoi colori occulti!
Lui che modesto e vigile
All'egre soglie ascese,
E nuova febbre accese,
Destandomi all'amor.
A quell'amor ch'è palpito
Dell'universo intero,
Misterioso, altero,
Croce e delizia al cor.
A me fanciulla, un candido
E trepido desire
Questi effigiò dolcissimo
Signor dell'avvenire,
Quando ne' cieli il raggio
Di sua beltà vedea,
E tutta me pascea
Di quel divino error.
Sentìa che amore è palpito
Dell'universo intero,
Misterioso, altero,
Croce e delizia al cor!

Resta concentrata un istante, poi dice
Follie! follie delirio vano è questo!
Povera donna, sola
Abbandonata in questo
Popoloso deserto
Che appellano Parigi,
Che spero or più?
Che far degg'io!
Gioire,
Di voluttà nei vortici perire.
Sempre libera degg'io
Folleggiar di gioia in gioia,
Vo' che scorra il viver mio
Pei sentieri del piacer,
Nasca il giorno, o il giorno muoia,
Sempre lieta ne' ritrovi
A diletti sempre nuovi
Dee volare il mio pensier.

Violetta scopre in maniera sempre più forte il sentimento che le è nato in petto, capisce che è un'occasione per riscattarsi e per iniziare a vivere davvero.
Mentre descrive l'Amore lo vive, lo respira, ne rimane inebriata, al punto di averne paura e di lanciarsi in un'ultima, virtuosistica  affermazione della sua volontà di non cambiare vita, anche se le poche parole cantate da Alfredo fuori scena fanno intendere che non può più tirarsi indietro: l'Amore l'ha ormai avvolta senza lasciarle scampo.


La traviata - Introduzione

Voglio dedicare alcuni post all'opera che amo di più, La traviata di Giuseppe Verdi su libretto di Francesco Maria Piave, cercando di esplorare insieme questo capolavoro e, se possibile, di togliere una certa svalutazione di cui questa opera soffre insieme con Rigoletto e Il trovatore.

È noto che la prima rappresentazione, avvenuta il 6 Marzo 1853, fu un fiasco a causa di un cast inadeguato, ma che già la ripresa dell'anno successivo, con qualche lieve modifica nella partitura e con un nuovo cast, fu un successo.
Da allora quest'opera è sempre stata una delle più rappresentate e delle più celebri di ogni tempo, ma dobbiamo porci subito alcune domande:

Come ci viene presentata quest'opera?
La versione che siamo abituati ad ascoltare le rende davvero giustizia?

Purtroppo, come tutte le opere più rappresentate al giorno d'oggi, La traviata viene spesso presentata in allestimenti non solo sbagliati e insensati, ma anche a volte ridicoli; per questo è sempre bene, se ci si vuole avvicinare ad un'opera, munirsi del libretto, almeno per avere un'idea chiara di cosa avevano in mente il compositore e il poeta; in questo modo è possibile sviluppare un proprio giudizio critico e valutare i vari allestimenti.
La versione della Traviata che di solito ascoltiamo è piena di tagli, i quali secondo me portano via gran parte della bellezza di quest'opera (basta pensare a tutta la scena finale, partendo dal duetto Parigi, o cara, alla seconda strofa dell'aria del I atto Ah, fors'è lui, alla seconda strofa dell'aria del III atto Addio del passato e alla cabaletta di Giorgio Germont nel II atto No, non udrai rimproveri); cercherò di mettere collegamenti ad alcune esecuzioni integrali delle parti solitamente tagliate ed inserirò i testi delle strofe solitamente omesse.

Bisogna ricordare che Verdi trovò ispirazione per questa sua opera in una versione teatrale de La Dame aux camélias, scritta da Alexandre Dumas figlio nel 1848: un'opera considerata scandalosa, in quanto la protagonista, Margherita Gautier (ispirata alla figura di Alphonsine Plessis, conosciuta come Marie Duplessis) è una mantenuta, una cortigiana.

Marie Duplessis

Il vero motivo dello scandalo suscitato da questo romanzo non è da cercare solo nella protagonista, ma nel fatto che il pubblico borghese venne messo di fronte alla propria ipocrisia; nella storia narrata si nota infatti come la borghesia critichi e rinneghi il mondo in cui di notte ama rifugiarsi e trovare divertimento: una cortigiana può essere la protagonista assoluta della vita notturna borghese, ma di giorno verrà additata con disprezzo anche da coloro che qualche ora prima si stavano divertendo in casa sua, in nome di un perbenismo ipocrita.

Ad aggravare la rappresentazione del mondo borghese sta il fatto che Margherita è capace di amare davvero e di sacrificarsi per amore, e il suo sacrificio è reso necessario proprio dall'idea che la "gente per bene" ha di lei senza davvero conoscerla.
Margherita dimostra di essere l'unica capace di amare davvero (penso che la frase migliore per descrivere questa situazione sia quella usata da Piave nel libretto della Traviata: sola Abbandonata in questo Popoloso deserto Che appellano Parigi); nemmeno Armando (l'Alfredo di Verdi) riesce ad amarla in modo totale, continuando a pensare che lei abbia bisogno ancora di gioielli e ricchezza nel loro pacifico ritiro in campagna, causando così il dolore di lei, che si rende conto di non poter mai liberarsi del passato e soprattutto del marchio che la società le ha impresso indelebilmente addosso.
Per questo penso che una delle frasi chiave dell'opera di Verdi sia questa del II atto:  
Così alla misera - ch'è un dì caduta, Di più risorgere - speranza è muta! Se pur benefico - le indulga Iddio, L'uomo implacabile - per lei sarà

La vera Traviata non è Margherita (o Violetta), ma la società che pretende con ipocrisia di giudicarla e di sostituire addirittura il proprio giudizio a quello divino.

venerdì 18 maggio 2012

Ricordo di Dietrich Fischer-Dieskau


Lo confesso: quando ho ricevuto la notizia della morte di Dietrich Fischer-Dieskau non sono riuscito a trattenere le lacrime.
Questa mattina la Musica si è vista mancare una sua parte importante e fondamentale, perché Fischer-Dieskau non era solo un cantante: era un grandissimo musicista, di un'intelligenza unica; la sua voce e la sua interpretazione possono piacere o meno, ma nessuno che capisca veramente qualcosa di Musica e Canto può negare che avesse una tecnica grandiosa e una grande intelligenza nel dar vita a ciò che cantava.
Il suo vastissimo repertorio va dall'Opera, ai Lieder, alla Musica Sacra, e in tutti i generi che ha affrontato ha dato interpretazioni memorabili. 

Adesso però vorrei lasciar parlare lui stesso:


Eccolo a cantare Auf dem Wasser zu singen di Schubert... questa registrazione mi ha affascinato fin dal primo ascolto, quando ancora non sapevo né chi fosse Schubert, né chi fosse Dieskau; la cosa che più mi colpisce è che ogni volta che la riascolto ritrovo lo stupore per questa voce che canta con una morbidezza incredibile, e in questa morbidezza sento e vedo le onde che scuotono la barca evocata nel testo, sulla quale il protagonista sente il tempo svanire; vengo avvolto dalla melodia e tutte le cose che mi stanno intorno svaniscono dolcemente.


Qui in Erlkönig, sempre di Schubert, riesce a caratterizzare tutti i personaggi (il narratore, il padre, il figlio e il re degli elfi), dando ad ognuno di loro un'identità vocale che li distingue... sembra quasi che non sia sempre lo stesso cantante!


In questa bellissima Serenata di Schubert il suo canto vola veramente come quello dell'innamorato che sta cantando una melodia dolce per la ragazza che ama; rende inoltre benissimo l'impeto pieno di ardore che conclude il Lied.


Qui canta la serenata del Don Giovanni di Mozart con una grande grazia, e soprattutto con una mezzavoce sempre timbrata, a differenza di quanto fatto da molti celebri colleghi. Non penso affatto che la sua interpretazione qui sia troppo romantica: in primo luogo coglie il carattere "leggero" della composizione, una vera e propria serenata cantata dal protagonista ad una cameriera; in secondo luogo penso che Don Giovanni debba usare della grazia per sedurre le donne che desidera, di sicuro non poteva mettersi a berciare, sennò al posto di un bacio si sarebbe beccato una secchiata d'acqua. 


Siamo giunti al genere in cui forse Dieskau è stato più discusso: le interpretazioni verdiane. Si sente sempre gente che afferma che non aveva una voce verdiana... io penso che sia una sciocchezza enorme. Come se una voce nascesse solo verdiana, donizettiana ecc... 
Io penso che un cantante intelligente sappia scegliere le opere adatte alla propria voce, senza bisogno di etichette riduttive e limitanti.
Dieskau è stato grande in Giorgio Germont, Macbeth, Marchese di Posa, Falstaff e Rigoletto.
Purtroppo tutta una generazione di ascoltatori pensa che Verdi vada cantato (o meglio urlacchiato e berciato) in modo pseudo-verista, come per anni si è fatto e ancora si fa in Italia; Dieskau invece ci dimostra in questa registrazione che Verdi può essere cantato con gusto senza che le emozioni vengano perse (anzi, secondo me risultano accentuate da questo canto preciso e morbido), come ha fatto anche Joan Sutherland nella sua registrazione della Leonora del Trovatore.


Qui canta con la moglie Julia Varady lo stupendo duetto del Tabarro di Puccini in tedesco... penso che il video si commenti da solo: due grandi artisti che riescono a rendere benissimo la drammatica situazione di questa coppia in cui è venuto a mancare l'amore, il dramma di quest'uomo che vede sua moglie allontanarsi da lui e che vorrebbe che le cose ritornassero come prima, quando vivevano entrambi felici.
In particolare trovo stupefacente la facilità con cui Dieskau canta l'acutissima frase finale (resta vicino a me... la notte è bella!)


Concludo con un pezzo di musica sacra: un duetto dalla Cantata BWV 140 di Johann Sebastian Bach: qui con la semplicità del suo canto Dieskau esprime una grande e profonda spiritualità.

È giusto ricordare che Dieskau è stato anche un grande insegnante, cosa che non tutti i grandi cantanti riescono a fare.

Una amica questa sera mi ha detto che l'universo è Musica e che Dietrich Fischer-Dieskau ne è parte; è vero, e a me piace pensare alla sua arte e al suo canto come ad un soffio impetuoso, ma allo stesso tempo dolce, che continua a scorrere fra di noi e che ci sarà sempre, perché Dieskau si è reso eterno grazie all'arte e alle emozioni che ci ha lasciato.